A TE LETTORE CHE VIENI A TROVARMI...

Questo blog è come un tempio. Il tempio della mia anima. E' la mia sfida all'esistere.

Si bussa tre volte per entrare. E con tocco lieve.
In punta di piedi come in un'elegante danza.



lunedì 10 ottobre 2011

E' LEI. AVVOLTA NEL SUO LUTTUOSO MANTO. D'UN BIANCO ABBAGLIANTE. A VOI LA DONO.


"MATER DOLOROSA"


Abito queste stanze come un suono. I miei passi contano il riverbero dell’eco. Il resto è solo perfetto silenzio che stordisce. Bianco come una luce. Qua dentro è tutto bianco. Persino questo camicione che nasconde il mio corpo. Sottratto al mondo, perché non commetta più scempio alcuno. Adesso cammina dentro queste stanze, narcotizzato, come fantasma dalla consistenza impalpabile del sogno.

I palmi delle mani forati. Il corpo trafitto. Sudava sangue su quel legno. Così mi è apparso. Col suo sguardo dolce e sofferto. Lui, il Figlio tra i figli. Ho pianto quando l’ho visto. Soffocando gemiti nelle mie mani rapprese e contratte. Come la sua agonia. In ginocchio ho pianto davanti a quel corpo appeso. Candido come un giglio. Il suo costato sanguinante come una ferita nei cieli. Sono caduta dinnanzi a lui. Arrendevole ho chinato il capo ed ho pianto. Ingoiando lacrime e muco. Sgraziatamente. Rompendo come un frastuono quel silenzio in cui da giorni ormai vivevo.

Io la madre assente. La madre piegata. La madre dolorosa.

Gli parlo in un sussurro. Non voglio che  nessun altro ascolti. Compongo poesie come ghirlande di fiori. Per lui. Per quel suo corpo martoriato che vorrei prendere tra le braccia. Sollevarlo da quella croce. Benedirlo con le mie lacrime di peccatrice immeritevole di alcun amore. Le sue ferite vorrei lavare con il mio pianto. Stringendolo forte a me. Come una culla.

Cammino silente attraversando il vuoto che riempie queste stanze bianche. Intorno a me ci sono altre persone. Ma io non vedo niente. Mi danno delle pillole. A volte fisso lo schermo nero di un vecchio televisore e la testa mi cade in avanti. Non sento niente intorno a me. Vivo in un mondo ovattato dai suoni. Ho tolto l’audio. Io non sento niente. Non sento più niente.

Io la madre manchevole. La madre sbagliata. La madre dolorosa.

Gli racconto di quell’altro figlio. Quello mio. Quello nato dalla mia carne. Quasi senza voce. Come se me l’avessero estirpata tutta. Glielo racconto rannicchiata a terra. Lui può sentirmi. Solo lui può sentirmi. Il suo orecchio è proprio vicino alla mia bocca. Come in una confessione. Lui sa già tutto. Lui conosce a memoria il dolore di ogni madre. Conosce anche il mio. Lo accoglie dentro di sé come uno scrigno pietoso.

Era nato cianotico. Quasi non respirava. Nessun vagito gli uscì dalla gola. Gli arti erano rigidi come rami di albero ghiacciati in inverno. Così era uscito dal mio ventre. Mancanza di ossigeno al parto. Così mi dissero. Il dottore era imbarazzato e si guardava le scarpe. Io stavo zitta e piangevo. Quel silenzio denso di riverberi divenne la mia tomba.

Era bello. Cresceva. Ma non imparava a parlare. Non riusciva a camminare. Non sapeva fare niente. Mi guardava con i suoi occhi storti. Rattrappito se ne stava tutto il giorno sul suo seggiolotto. Con quella sua aria demente. Un filo di bava cadeva penzoloni dalle sue labbra schiuse. Di continuo. Come un vegetale. Quel figlio mio era come un vegetale. Stava lì e mi guardava. Non parlava. Non emetteva suoni. A volte piangeva. S’irrigidiva tutto e diventava blu. Come quando era venuto al mondo. Io scappavo in camera, lontana da lui, per non sentire quel pianto.

A volte nella notte mi sveglio con le sue grida nelle orecchie. Sembrano lame d’acciaio a trapassarmi il cranio. Urlo anch’io. Mi manca l’aria. Mi sento schiacciata da quelle grida. Mi sono rimaste impresse sulla pelle. Come un marchio sulla carne viva. Urlo sudata in preda al delirio. Sveglio tutti. Mi fanno una puntura. Mi tiene ferma una moltitudine di braccia. Io urlo, urlo, non so fare altro. Urlo che mi ridiano il mio bambino. La mia carne. Lo rivoglio. Ridatemelo. Come quando lo tenevo nel mio ventre. In quella culla di nervi e muscoli in cui l’ho custodito come un segreto. Nutrendolo del mio sangue. Le immagini del passato arrivano schiantandosi sul mio lobo frontale in milioni di pezzi sui quali cammino a piedi nudi. Spargendo sangue su questo luttuoso castigo. Urlo finché non esaurisco il fiato. Poi preda dell’inconsapevolezza ricado giù inerme. Nel sonno, l’oblio migliore.

Io la madre inconsapevole. La madre inconsolabile. La madre dolorosa.

Fuori accadeva la primavera. La bellezza si schiantava dentro di me come una deflagrazione nucleare. La mia finestra, uno specchio sul mondo a riflettere quella volontà di annientamento che i lombi consuma. Specchiavo il mio volto nell’opalescente del cielo. La sua inconsistenza. Appoggiata a quella lastra di vetro. Ferma. Immobile. Dentro un cono d’ombra. Vestivo il mio cuore di stoffa scura, come in una deviante monacazione. Vedevo spuntare gigli giganteschi come crocifissi piantati nella terra brulla. Assistevo la vita nascere, rinnovarsi, vestirsi a festa. Dentro quelle mura invece c’era solo un’immobilità sconcertante. Silenzio come frastuono. Ogni cosa diveniva vecchia e caduca. Anche la mia volontà di essere madre.

Glielo racconto piano. Quasi in un sospiro. Ho le corde vocali annodate. Lui inchiodato a quel legno china la testa e comprende. Abbraccia tutto il mio strazio. Il suo amore è un manto che delicatamente avvolge il mio dolore di madre per quel corpo offeso. Sfregiato. Le lacrime profferte a quel calvario inutile. Quello del figlio sofferto. Costretto all’inferno. La sua mente amorfa. Ingiuriata. Castigata da Dio. Quel manto ora solleva su di me. Come una veste fulgida. Affinché io non veda più lo scempio della carne e dell’anima. Quel manto adesso copre tutta la mia tristezza. Tutte le lacrime versate dalla mater dolorosa.

Lo prendo in braccio. Non so come si fa. Non l’ho mai fatto. E’ piccolo. Estremamente piccolo. Sento quel cuore deforme battergli nel petto che accosto alla pancia. Guardo il cielo fuori. E’ bianco. Un bianco sporco. Come la neve macchiata dal fango. Sono giorni che non esco di casa. Sono giorni che lui piange. Credo stia male. Forse è febbre. Non sa parlare. Non sa fare niente quel figlio così piccolo che ho nutrito nel mio grembo. Ancora piange. Mi siedo sulla poltrona a dondolo. Sono nuda. Non ho niente addosso. Solo il suo corpicino caldo. Contro la mia pelle. Non lo so perché. Lui continua a piangere. Io disegno la nostra fine. La sua vita come fosse un acquerello sbagliato. La inondo di lacrime così da cancellarla. Prendo un cuscino e glielo premo sul volto. Glielo premo così forte finché non sento quel pianto cessare. La sua bocca adesso è solo un buco nero che s’allarga nella mia mente. Resisto alle sue grida. Resisto all’orrore. Resisto a lui. Tra le mie braccia senza vita. Così abbandonata su quella poltrona. Ho ucciso mio figlio.

Adesso è in paradiso con gli angeli. Io in manicomio, parlo con Gesù.                                            

Cosa dev’esser stato il dolore di tua madre vedendoti così, inerme e sfregiato, appeso su quella croce, spezzato come lo stelo d’un fiore dal vento. Cosa dev’esser stato il suo pianto disperante. Se tu fossi stato un figlio come tutti gli altri lei non ti avrebbe perso. Saresti stato ancora figlio suo. Di quella vergine bellissima che viveva dentro  stanze consacrate al silenzio. Di quella sposa bambina che poco parlava e moltissimo pregava.

Abito queste stanze come un suono adesso. I miei passi contano il riverbero dell’eco. Il resto è solo perfetto silenzio che stordisce. Bianco come una luce. Qua dentro è tutto bianco. Persino questo camicione che nasconde il mio corpo. Sottratto al mondo, perché non commetta più scempio alcuno. Adesso cammina dentro queste stanze, narcotizzato, come fantasma dalla consistenza impalpabile del sogno.

Io la madre colpevole. La madre peccatrice. La madre dolorosa.


6 commenti:

Ametista ha detto...

Come sempre partorisci capolavori con le parole.
Mi piace il nuovo nome del blog, veste perfettamente; tu che gli abissi delle anime riesci a raccontarci...

La Furiosa ha detto...

Sei troppo buona, mi fai arrossire. Sono molto contenta che ti piaccia.
Grazie. Dal profondo del mio abisso.

Bad Hands ha detto...

oggi più che mai...
tanto madonna, poco demonia... e per nulla furiosa... ^^

The Clash ha detto...

Grazie di questo dono.... ti abbraccio....

La Furiosa ha detto...

Grazie a voi. Come sempre.

Anonimo ha detto...

Non so cosa nascondi nella tua mente ma questa volta l'hai lanciata verso il cielo!
A volte ti proclami anti-tutto-quello-che-è-sacro ma non ti rendi conto che l'immagine che hai dato, in questo racconto, di Nostro Signore è più vera che mai...
Mi inchino a te.
Manu-T.